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Claudio Strinati
Testo in catalogo


>>MOSTRA ROMA PALAZZO VENEZIA
   
COMUNICATO STAMPA
 
"Roma e la città riflessa"

Modica è un artista che procede in costante sviluppo, con esemplare coerenza e continuità, sul filo di un tema visivo che è sempre lo stesso ma si moltiplica e si scompone in una miriade di idee nuove per cui la sua pittura assomiglia , se vista tutta insieme, a un poliedro il cui numero di facce è talmente elevato da richiedere continui spostamenti dell' attenzione per riuscire a cogliere tutte le mutazioni della superficie che, tuttavia, resta unitaria pur nei diversi punti di vista.
Le opere recenti che appaiono in questa mostra sono una conferma di tale tesi e consentono una conoscenza e un apprezzamento ulteriore del suo lavoro, veramente rimarchevole. Attento scrutatore di luoghi sovente solitari e segnati dal lento ma inesorabile scorrere del tempo, Modica adesso ha rivolto il suo sguardo verso la città di Roma dove vive e lavora da moltissimi anni. Modica non ha mai rinunciato, e non intende rinunciarvi, a quella dimensione della "sicilitudine" che gli spetta per diritto di nascita, "una condizione esistenziale, un modo di essere", lo dice lui stesso nella conversazione pubblicata in questo stesso catalogo. Ma questo non gli impedisce di immergersi nella realtà romana e di trasfigurarla nel suo lavoro attraverso quello stesso filtro visivo, in parte desunto proprio da quella "sicilitudine" e per altri versi elaborato conglobando elementi diversi di tradizioni diverse a lui giunte con uno studio severo e
appassionato. Nella Roma  che gli appartiene Modica versa la sua costante idea, latamente collegabile alla dimensione metafisica della pittura che lo accompagna si potrebbe dire da sempre e che trova ora un nuovo sviluppo. C'è in queste immagini pensate e realizzate da Modica quella sorta di classicità perenne imprescindibile nel suo lavoro e che lo porta spesso a ricordare i maestri supremi del Quattrocento, l' epoca in cui nacquero alcune delle idee che Modica condivide ancora oggi. Quelle idee non sono né antiche né moderne perché sono intrinseche alla pittura in sé e per sé, dato che si tratta delle basi stesse della percezione individuate nella superficie, nella profondità, nella luce, nel segno.
Modica col tempo si è, in proposito, sempre più avvicinato a quel sistema di rappresentazione attraverso l' immagine riflessa in uno specchio che fu già a fondamento di tante esplorazioni figurative del passato , a volte in modo documentato a volte soltanto per induzione da parte di storici particolarmente attenti alla realtà dell' immagine e quindi accorti a riconoscere l' uso di particolari strumenti di rappresentazione. E' chiaro che lo specchio è un elemento di mediazione tra la visione diretta e la rappresentazione figurativa. Modica ha studiato a suo tempo anche i caratteri specifici dell' oggetto-specchio. Ha rappresentato, cioè, la superficie dello specchio, consumata dal tempo e macchiata, entro la quale si delinea una immagine di limpida purezza ma "disturbata", e nel contempo esaltata,  da quella superficie riflettente, ottenendo risultati di rara suggestione e di forte calamitazione dell' immagine verso l' osservatore.
Ma adesso il pittore, guardando la sua Roma, è affacciato da un' ipotetica finestra e vede delinearsi la città riflessa in una miriade di trasparenze che la sezionano e la ricompongono come se avesse pensato a un anomalo "puzzle" dove le tessere vanno tutte a posto ma restano scardinate da una assoluta percezione unitaria. Come sempre Modica scende al di sotto della superficie ma, nel fare questo, la esalta per cui i frammenti sono al contempo nitidissimi e offuscati da una sorta di impossibilità a andare oltre l' unità della visione. Quasi fosse un filosofo dedito allo studio della fenomenologia, Modica trova un sistema rappresentativo in cui la dimensione della superficie e quella della profondità vengano avvertite da chi guarda come compresenti. Ecco allora che il termine "riflessione" assume entrambi i significati che gli spettano, quello di specchio della visione e quello di approfondimento della mente che pensa. E' interessante
questo punto perché Modica non vi arriva sulla base di un ragionamento astratto e magari astruso, ma con la più assoluta semplicità e chiarezza di eloquio scaturente dal suo linguaggio di artista. Ha imparato a mirare all' essenziale e tutta la sua pittura è una sorta di distillato di quintessenza per penetrare nell' apparenza delle cose e oltre l' apparenza delle cose.
Naturalmente il tema di Roma non è esclusivo ma tutte le rappresentazioni radunate per questa occasione espositiva si sostengono tra loro attraverso una sorta di unicità dell' argomento, che significa poi molteplicità di varianti possibili.
C'è in questi quadri un amore sconfinato, e alieno da qualunque ostentazione retorica , per la materia. Da sempre Modica ha raggiunto un suo livello peculiare nell' elaborazione della materia pittorica, densa, intrisa di luce, morbida e asciutta nella sua sobria purezza. Qui nei quadri romani questa elaborazione della materia arriva addirittura all' idea stessa della "preziosità" quasi che il maestro avesse voluto estrarre dai suoi dipinti un senso quasi sacrale di rapporto con la sua opera  tale da farlo sentire intuitivamente a chi guarda con grande ma spontanea intensità. Modica è certo un laico nella sua idea della pittura ma ogni suo quadro sembra adesso riflettere un inedito carattere di religiosità calato dentro la città di Roma a prescindere dalle volontà  singole dei suoi abitanti. Quel senso di ammirazione e rispetto che sembrano consustanziali alla storia e all' immagine di Roma, sono adesso riproposti da Modica in un'
ottica che è tutta sua. L' ottica di chi non si pone in venerazione di fronte a niente e nessuno ma vive questo clima incomparabile trasfondendolo nell' opera d' arte, quasi che ogni quadro nascesse come una preghiera del mattino che si carica di luce e benessere e lo restituisce a chi guarderà i bellissimi dipinti per predisporlo a un approccio buono e positivo con l' esistenza, sospesa nella delicata magia della pittura ma latente in un sentimento pudico e riservato ma non per questo meno intenso e coinvolto.
   
Claudio Strinati, Sovrintendente al Polo museale romano del Ministero per i Beni e le Attività culturali, presenta dal 12 novembre 2008, nelle sale del Palazzo di Venezia, Appartamento Barbo, la mostra del pittore Giuseppe Modica “Roma e la città riflessa”, da lui curata. La mostra ha il patrocinio del Senato della Repubblica, dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma e della Fondazione Leonardo Sciascia. Giuseppe Modica, artista affermato, elitario e navigatore solitario, è autore “di una pittura di straordinaria qualità, unica nel panorama dell’arte italiana” (Janus) e “che occupa un posto di primo piano nella cultura pittorica contemporanea” (M. Fagiolo). Dopo le retrospettive del 2004 al Complesso del Vittoriano di Roma, alla Galleria Civica di Arezzo, al Loggiato di San Bartolomeo di Palermo nel 2005 e alla Galleria Civica di Marsala nel 2007, Modica torna ad esporre a Roma, nel Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, con un gruppo di circa 40 opere, inedite e relativamente recenti, in cui il tema dominante e conduttore è la città riflessa. Roma, a tratti riconoscibile nella sua fisionomia iconografica, viene restituita in misteriose e stupefatte apparizioni visionarie, nelle quali la scansione ritmica e la rifrazione dei dati del reale e della memoria contribuiscono a creare una sottile ma essenziale elaborazione del linguaggio. Il lavoro pittorico di Modica è da lunghi anni costituito da una lenta e complessa stratificazione di pensiero ed emozione che incarna, sia nel senso proprio che figurato, il tema della “riflessione”: una sorta di filosofia labirintica che inganna e disorienta lo sguardo per restituirci una identità essenziale del “vedere”, misteriosamente lirica ed evocativa. “Lo specchio, ancora una volta protagonista della pittura di Modica – scrive Guido Giuffrè – accentra ed esalta lo smarrimento che nasce dall’incontro di oggettività e memoria, flagranza di oggetti ed eco di vite trascorse – nell’incrociarsi di prospettive rovesciate, nel rincorrersi logorante della realtà e del suo simulacro…Oggi negli stessi vetri si riflettono (o direttamente si offrono allo sguardo pensoso) i monumenti romani, gli archi, le vestigia di una storia che l’artista affronta senza retorica passatista ma piuttosto nello stupore e nella densità che da sempre sono anima della sua pittura. E ben di più dei monumenti, sempre peraltro immersi nell’articolato contesto della città, conta appunto quello stupore: muto sgomento di chi, sulle cose, sugli spazi, nell’inseguirsi delle luci e delle ombre s’interroga sul senso e sul perché del tempo e della vita”. La mostra è organizzata da Cinzia Chiari, presidente dell’Associazione culturale L’ARTE, con il coordinameto scientifico di Alberto Agazzani e Carla Cerati. Il catalogo edito da Giunti si avvale dei testi di Claudio Strinati, Guido Giuffrè e di una conversazione con l’artista di Alberto Agazzani. Grazie al contributo dell’Unicredit Banca l’ingresso alla mostra sarà gratuito.
 
   
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