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Fra i tanti suoi quadri Giuseppe Modica ha dipinto nel 2001 una tela che ha chiamato Lo sguardo di Medusa.
Non sappiamo quanto a fondo egli volesse scendere nel mito della Gòrgone, certamente però quell’occhio che dal
pilastrino nel primo piano scruta il riguardante, se non impietra incanta. E stranamente ricorda, in tutt’altro
clima e dimensione, l’occhio spento e insieme sbarrato della testa mozza di Golia nel David caravaggesco della Borghese,
che dal Bellori in avanti è riconosciuta come autoritratto del Merisi. Ma nella tela di Modica, quello sguardo misterioso
e intrigante non è la sola chiave di lettura, anzi va letto in relazione al contesto e in particolare alla luce, che muovendo
dal fulgido abbaglio del sole inonda – in misura magica più che naturalistica – tutto il paesaggio. E sono queste, da motivare e
approfondire, le chiavi di lettura di quasi tutto il lavoro del maestro siciliano.
Quasi, perché intrecciato con esse è lo specchio, o il riflesso, che di quella magia è elemento primario.
Da lunghi anni ormai nella pittura di Modica il riflesso, dichiarato o nascosto, è costante; non c’è immagine che non sia essa stessa,
nel suo insieme, riflessa, o che non includa in una sua parte determinante il riflesso: come straniamento, ambiguità, realtà evocata,
desiderata o sognata. Ma, indugiando ancora brevemente sull’esposizione dei fatti di questa pittura, l’evocazione non va disgiunta da un altro aspetto
della realtà, non meno essenziale e strettamente connesso al primo, che ne risulta esaltato: cioè un’indagine oggettiva, analitica ai limiti del trompe-l’oeil.
L’artista conosce ed ama le minuzie, si direbbe le pieghe riposte delle cose: la scrostatura del muro, la macchia di ruggine, la vernice vecchia che si stacca,
l’enumerazione delle mattonelle mancanti o superstiti, e la fessura, il grumo, il frammento: ben sapendo quanto in essi ristagna della vita e dell’usura quotidiana.
Queste minuzie, giustapposte a quella sorta di controfigura della realtà che è il suo riflesso, finiscono esse stesse per assorbire l’atmosfera irreale di quella.
Altri elementi costitutivi di questo mondo evocato e insieme scandagliato sono la solitudine e l’assenza. Nella maggior parte delle immagini manca la presenza umana;
là dove una o più modelle ostentano forme perfette, esse non fanno che sottolineare il deserto che le circonda. Unico abitante di questi spazi assorti e leggermente
metafisici è il tempo: l’affascinante e conturbante mare di un tempo senza approdi e senza orizzonti sul quale navigano, in immobile deriva, i malinconici reperti di
una catalessi cosmica. Lo specchio accentua ed esalta lo smarrimento che nasce dall’incontro di oggettività e memoria, flagranza di oggetti ed eco di vite trascorse –
nell’incrociarsi di prospettive rovesciate, nel rincorrersi logorante della realtà e del suo simulacro.
A volte Modica sembra sfiorare un vago surrealismo nell’accostamento incongruo di cose disparate o di prospettive impossibili; ma dalla poetica del surrealismo è
in realtà assai lontano: in lui non v’è sgambetto dell’intelligenza, ammiccamento, ironia. Nelle sue immagini aleggia piuttosto un velo lieve di non sai qual nostalgia,
o rimpianto o desiderio – ma non crepuscolare, intriso anzi di un inquieto bisogno di fuga, di un altro che non potrebbe essere più attuale.
Si dicevano appena metafisici gli spazi soprattutto degli interni, senza riferimenti alla metafisica storica. Il tempo di Modica non è atemporale, muto e statico come
nei capolavori del de Chirico metafisico, al contrario è profondamente vissuto, palpita ancora di un respiro e di un calore che si toccano con mano, e qualche nudo che abita
talora quegli spazi (in luogo delle statue dechirichiane) è forse una sorta di reincarnazione, un corporeo, amabilissimo fantasma. È pittura fatta di echi invisibili ma palpabili.
Se il vetro infranto di una finestra mostra l’interno deserto, quanto quel vetro è oggettivo e tagliente (sì da ferire quasi lo stesso sguardo), altrettanto l’interno è misterioso
e sfuggente; se la vernice della porta si scrosta e quasi cade sotto i nostri occhi, l’imprendibile patina del tempo l’affonda nell’immemorabile. Così è, ma soprattutto così era
fino a qualche anno fa. Oggi nella visione sembra circolare qualcosa di nuovo, nei soggetti e, ciò che conta più ancora, nel linguaggio.
Modica, che venuto dalla Sicilia ha vissuto a lungo a Firenze, da qualche anno s’interessa di Roma, città che abita ormai da anni. Anch’egli infatti, come tutti gli
artisti che vanno oltre l’impressione e l’emozione dello sguardo, prima di affrontare un soggetto ha bisogno di assimilarlo, di penetrarne il senso profondo, di viverlo insomma
e riviverlo. A lungo sugli sfondi delle sue tele si sono profilate città irreali, muraglioni, templi incardinati alle memorie siciliane; ovvero imprecisati casamenti moderni,
cupole senza precisi riscontri: vuoi in visione diretta vuoi riflessi nei vetri di rugginose intelaiature dipinte sempre con straordinaria eppure incantata verosimiglianza.
Oggi negli stessi vetri si riflettono (o direttamente si offrono allo sguardo pensoso) i monumenti romani, gli archi, le vestigia di una storia che l’artista affronta senza
retorica passatista ma piuttosto nello stupore e nella densità che da sempre sono anima della sua pittura. E ben più dei monumenti, sempre peraltro immersi
nell’articolato contesto della città, conta appunto quello stupore: muto sgomento di chi, sulle cose, sugli spazi, nell’inseguirsi delle luci e delle ombre
s’interroga sul senso e sul perché del tempo e della vita.
In questo graduale mutamento dei soggetti, che non sposta più di tanto il mondo poetico, c’è tuttavia, come si diceva, una sottile ma essenziale elaborazione
del linguaggio. L’accolta di statue sulla facciata di San Giovanni in Laterano, o l’Arco di Costantino, o le Vittorie alate sulle torri del Vittoriano non sono
soltanto riconoscibili, fedeli e magistralmente dipinti, non soltanto sono immerse nello spazio che realizza gli amati ossimori di realtà e memoria, qui e altrove,
premente e inafferrabile; sono anche e sempre più un impasto di pensiero e di pittura, di emozione che s’è fatta pittura, pigmento, colore e tono. Lo spazio stesso
è non solo percorso dello sguardo e dato narrativo ma squisito valore formale. Le intelaiature delle finestre – specie nel gioco sottile dei riquadri ora luminosi
ora bui – suggeriscono (magari al di là delle intenzioni) un lato riferimento mondrianiano, e la struttura compositiva sempre più prende corpo nella qualità di una
materia pittorica sensibile, affinata, che vuole darsi in sé al di là di quanto rappresenta.
È questa una novità, presaga, nella pittura recente di Modica. Egli non ha mai privilegiato la pittoricità, il gusto palatale della bella materia;
ha favorito piuttosto – anche rischiando l’eccesso – il prevalere del pensiero. Nel 1985 poco più che trentenne aveva dipinto un omaggio a de Chirico,
ma in quegli anni la sua visione in qualche misura era più vicina al surrealismo magrittiano che al maestro di Vòlos. Poi, lentamente ma costantemente
(il passo era già compiuto alla fine di quel medesimo decennio), in uno col crescere della maturità l’ipotesi mentale venne calandosi nel corpo della materia pittorica,
ed opere straordinarie sono già della prima metà dei trascorsi anni novanta. L’incanto, l’abbandono allo stupore dei silenzi e delle solitudini, degli spazi moltiplicati,
il sospendersi al mistero di attese mute e infinite sono la poetica prevalente di quel decennio – e di oggi, con le novità cui si accennava, che, maturate nel tempo,
danno ora frutti pressoché inediti. Modica non è mai stato e no n diventerà un pittore novecentesco: non in riferimento al movimento che porta quel nome
(che pure, tra le mediocrità, vantò maestri di prim’ordine), né in generico riferimento al secolo trascorso. Le inquietudini che lo accompagnano appartengono al tempo nostro
e sono vive e pungenti. Che egli non scavalchi il solco degli strumenti tradizionali, che non tenti, come tanti, come troppi, il salto in un’avventura nata morta,
è suo non ultimo merito. |
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Si inaugurerà il prossimo 21 dicembre alle ore 18,00 presso il Convento del Carmine di Marsala la mostra Giuseppe Modica.
La realtà dell’illusione a cura di Giudo Giuffrè. Sessanta opere provenienti da collezioni private, fondazioni e dall’archivio
dello stesso pittore, a ripercorre i momenti significativi dell’arte di Giuseppe Modica.
La mostra, promossa dalla Regione Siciliana e dall’Assessorato Regionale del Turismo, delle Comunicazioni e dei Trasporti,
e presentata in anteprima nella sede espositiva del Convento del Carmine, fa parte di un progetto ben più ampio. Nel corso del
2008 la retrospettiva farà tappa a Barcellona, dove sarà ospitata presso la prestigiosa sede del Museo Diocesano per poi tornare
in Italia, per essere esposta a Roma a Palazzo Venezia.
La rassegna, un viaggio nel tempo fra realtà e immaginazione dove luce e memoria sono le protagoniste assolute di una singolare e
complessa ricerca pittorica, offre al visitatore la possibilità di cogliere ed apprezzare le opere di Giuseppe Modica. Autore di
rarefatta essenzialità che con opere mosse da sintesi espressiva si è conquistato un suo preciso spazio nella cultura pittorica contemporanea.
Fra le molte opere Giuseppe Modica ha dipinto nel 2001 Lo sguardo di Medusa. L’occhio rappresentato sul pilastrino in primo piano, lo
sguardo misterioso e intrigante, insieme alla luce che inonda tutto il paesaggio, e al riflesso, sono le chiavi di lettura del lavoro del
maestro siciliano. Nelle opere di Modica non c’è immagine che non sia riflessa, o che non includa in una sua parte determinante il riflesso.
Se da un lato la rappresentazione della realtà si fa straniante, ambigua, evocativa, dall’altra la ricerca dell’oggettività restituisce immagini di impeccabile iconicità.
La solitudine e l’assenza della presenza umana gli altri elementi che compongono questo mondo evocato di cui l’unico abitante è il tempo. La
scrostatura del muro, la macchia di ruggine, la vernice vecchia che si stacca, l’enumerazione delle mattonelle mancanti o superstiti, la fessura,
il grumo, il frammento, i testimoni della vita e dell’usura quotidiana: il tempo per Modica non è muto o statico al contrario è profondamente vivo e vissuto.
Per lungo tempo protagonisti degli sfondi delle opere dell’autore sono città irreali, muraglioni, templi incardinati alle memorie della sua terra,
imprecisati casamenti moderni, cupole senza precisi riscontri, riflessi nei vetri di rugginose intelaiature dipinte con verosimiglianza oppure percepibili
attraverso una visione diretta. Oggi negli stessi vetri si riflettono i monumenti romani, gli archi, le vestigia di una storia che l’artista affronta
con stupore e densità interrogandosi sul senso e sul perché del tempo e della vita.
Questo graduale mutamento dei soggetti, coincide con il trasferimento dell’artista a Roma, e determina una sottile ed essenziale elaborazione del linguaggio.
Le statue sulla facciata di San Giovanni in Laterano, o l’Arco di Costantino, o le Vittorie alate sulle torri del Vittoriano oltre ad essere facilmente
identificabili sono anche e sempre più un impasto di pensiero e di pittura. Lo spazio stesso è adesso percorso dello sguardo, elemento narrativo e formale.
La struttura compositiva delle opere trova sempre più la sua ragion d’essere nella qualità di una materia pittorica sensibile, affinata: novità questa per
Modica che al virtuosismo pittorico ha sempre anteposto il pensiero.
Alla fine degli anni ottanta campo di indagine diviene il pensiero: la riflessione irrompe con prepotenza nel corpo della materia pittorica.
L’abbandonarsi allo stupore dei silenzi, delle solitudini, degli spazi moltiplicati, la sensazione di incanto, il trovarsi sospesi in attese mute e
infinite, esprimono la poetica degli anni novanta e di oggi.
Il catalogo edito dalla casa editrice romana Il Cigno G.G. Edizioni e curato da Guido Giuffrè si avvale di un’intervista al Maestro del poeta Nino
De Vita e di importanti cenni critici scritti da: Pier Carlo Santini, Renzo Federici, Lucio Barbera, Leonardo Sciascia, Marcello Venturoli, Vittori Sgarbi,
Dario Micacchi, Maurizio Fagiolo dell'Arco, Antonio Tabucchi, Marco di Capua, Massimo Onofri, Giorgio Soavi, Renato Civello, Claudio Strinati, Janus, Paolo Nifosì,
M. Teresa Benedetti, Antonino Cusumano, Flavia Matitti, Giovanni Faccenda, Aldo Gerbino, Roberto Gramiccia, Cristina Ricciardi, Alberto Agazzani. |
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