Torna alle mostre

METAFISICA DI LUCE

Titolo: Giuseppe Modica "Metafisica di luce"

Periodo: 24 marzo - 30 aprile 2010

Luogo: Federico Rui Arte Contemporanea, Spazio Crocevia

Indirizzo: via Appiani 1, Milano

Inaugurazione: mercoledì 24 marzo ore 18.30 - 21.00

Orari: da martedi' a venerdi dalle 16.00 alle 19.00; sabato su appuntamento

Catalogo: disponibile in galleria con la presentazione di Gabriele Simongini

Email: info@giuseppemodica.com

MOSTRA PALAZZO VENEZIA

Immagini ad alta risoluzione e biografia disponibili all’indirizzo: www.federicorui.com/press/press.html

Comunicato Stampa
Leggi tutto
Mercoledì 24 marzo si inaugura la mostra di Giuseppe Modica “Metafisica di luce” presso Federico Rui Arte Contemporanea, via Appiani 1, Milano.
Modica (Mazara del Vallo, 1953) torna ad esporre a Milano dopo le importanti retrospettive al Complesso del Vittoriano di Roma (2004), alla Galleria Civica di Arezzo (2004), al Loggiato di San Bartolomeo di Palermo (2005), alla Galleria Civica di Marsala (2007) e al Museo Nazionale di Palazzo Venezia di Roma (2008). “I tempi slittano, si intersecano, trovano rispondenze, trasparenze, fusioni. In uno stesso quadro, la luce da' l’illusione di mutare, di star mutando: e che ne ricevano le vicende i colori, le forme. Grande sensibilita', grande perizia”, scriveva Leonardo Sciascia sulle pagine del Corriere della Sera nel 1986. Proprio in quegli anni, dopo un lungo soggiorno fiorentino, Modica si trasferisce a Roma, dove tutt’oggi e' docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti e dove stringe una profonda amicizia con Maurizio Fagiolo dill’Arco, che segue sempre con  attenzione l’evoluzione della ricerca pittorica, dedicandogli diversi testi. In particolare, in occasione della mostra alla Tour Fromage di Aosta diretta da Janus, scrive il saggio “Le stanze inquiete”, edito da Fabbri, fondamentale per comprendere le complesse fenomenologie delle tematiche: artificio, luce, memoria, sicilitudine, geometria, specularita' e tecnica sono i nove lemmi che costituiscono il dizionarietto pittorico dedicato a un “pittore che dipinge pittoricamente, una tela trasparente e luminosa che cattura alcuni luoghi e alcuni oggetti della memoria o della cultura, un’operazione di pura pittura che si appoggia ad uno spazio particolare (la Sicilia) e a un tempo particolare (la memoria), una pittura che ha qualche parente (De Chirico, Savinio) e qualche avo (Piero della Francesca, Seurat)”. Sicilia che rappresenta il passato del presente, la scena dei ricordi, la luce della memoria: persino il Colosseo, che e' a due passi dalla studio di Modica perde il connotato di romanita' per diventare anch’esso “ossessione mediterranea”. In mostra vengono presentate una ventina di opere recenti che rappresentano le tematiche piu' care dell’artista, d alle rovine alle saline fino agli interni-esterni, dove protagonista assoluta e' la luce, a tratti accecante, a tratti crepuscolare, che coinvolge sempre lo spettatore in una dimensione metafisica e al tempo stesso esalta il ricordo proiettando sulla tela frammenti di immagine. Pennellate e velature che si sovrappongono costruendo un impianto figurativo fortemente personale, non solo nei giochi di specchi e di vetri, nei riflessi e nelle finestre, ma soprattutto nella pasta pittorica che risulta quasi impalpabile come la luce.
La luce e il "miele delle ore"
“Il pittore vive cosi' vicino al rivelarsi del mondo mediante la luce, che gli e' impossibile non partecipare con tutto il suo essere all’incessante rinascita dell’universo”.
Gaston Bachelard
Leggi tutto
Per una volta lasciamo da parte i soggetti prediletti da Giuseppe Modica, dimentichiamoli e pensiamo solo a individuare il fiume carsico che percorre tutta la sua opera, al di la' dell’iconografia mediterranea affrontata. Ecco, ci accorgiamo con stupore che nelle sue opere piu' riuscite realta' ottica e verita' metafisica, nonche' spiritualmente laica, coincidono quasi perfettamente e diventano empirico strumento conoscitivo del mondo, pur rispettoso dei suoi enigmi. Ne emerge un costante, metodico, profondo e misurato elogio della pittura intesa come rito di fondazione di uno spazio intermedio fra realta' ed artificio, percezione e visione, riflesso e riflessione, oggettivita' ed invenzione, frammento e totalita'. E per Modica la pittura coincide con la luce, nella sua inesausta dialettica con l’ombra. Una luce mai puramente mimetica ma internamente percorsa dal ricordo e dalla malinconia, appena concretizzati in quel velo che accarezza tutti i quadri di Modica, artista colto, sensibile e sapiente, capace di creare, al di la' dei soggetti trattati, fenomeni completamente nuovi che sono “realistici” sostituti di ciò che si trova nelle parti meno evidenti della natura, come il silenzio, l’integrita', la calma, la gioia. E così nelle sue opere lo scorrere del tempo parla attraverso la luce, ne e' quasi dolcemente imprigionato (viene alla mente anche l’ungarettiano “miele delle ore”), e di volta in volta si adagia nel palpitante infinito di cieli e di mari fatti di una vibrante eternita'.
Se si dovesse scegliere una sola opera di capitale importanza per Modica si potrebbe forse pensare a Il sole nascente (1904) di Pellizza da Volpedo: luce naturale e luminescenza mentale coincidono perfettamente e senza sfasamenti, domina un’irradiazione di energia vitale che trasmette un senso di totalita' cosmica e questo capolavoro diventa il simbolo della rigenerazione continua della materia e della natura intesa non come momento contingente ma come valore universale. Lungo questa via Modica ha senza dubbio profondamente meditato su quella perfetta identificazione di colore, linea e disegno conquistata da Pellizza e trasformata dall’artista siciliano in una raffinatissima e luminescente tessitura, al tempo stesso elogio incondizionato della pittura tout court (messo in evidenza pure dalla citazione della scala cromatica inserita in diverse opere recenti come una sorta di ready made dipinto) e della palingenesi della vita. Lo si vede bene, a livelli eccelsi, in opere come “La luce e il buio” (2008) e “Luce-buio” (2009).
Modica, però, e' anche un sensibile sismografo del nostro tempo, e quindi sa che oggi qualunque sguardo sulla realta' e' filtrato da innumerevoli media, insaziabilmente inquadrato da mille schermi e obiettivi (la videocamera, la macchina fotografica, la televisione, il computer, e via discorrendo), frammentato, analizzato, anatomizzato, dissezionato. Non e' piu' antropologicamente possibile, insomma, una visione totalizzante ed armonica, che sarebbe solo un’illusione nostalgicamente patetica e completamente fittizia. E così prevale in molte sue opere una poetica del frammento e dello sguardo riflesso, caleidoscopico o a “mosaico”, evidente ad esempio in “Vanitas” (2007) o in “Tra le righe (Rovine)” (2008). Proprio in questa strategia della frammentazione filtrata rientrano ad esempio i motivi da lui prediletti dello specchio e della finestra aperta a scomparti con diverse inclinazioni.
L’artista siciliano sa bene che la percezione contemporanea, bombardata com’e' da mille impulsi, ha una sua instabile irrequietezza e così egli prima la attrae e poi la cattura con gli spazi multipli e sfuggenti dei suoi quadri che tendono a forare le apparenze, andando alle loro spalle, per così dire. L’occhio incuriosito dell’osservatore si incanala con stupore lungo un labirinto di specchi in cui risuonano come elementi di un puzzle immaginario i piu' diversi echi, stilistici ed iconografici, della storia dell’arte (la “sintesi prospettica di forma e colore” –  citando Longhi – di Piero della Francesca, il poliedro tronco di Durer, il retro della tela desunto da “Las Meninas” di Velazquez, le sinfonie cromatiche di Whistler, l’analisi della luce di Pellizza da Volpedo e di Balla, gli enigmi di de Chirico, il rigore compositivo del neoplasticismo olandese, ecc.) e memorie di una natura mediterranea concepita come sogno mitico assai piu' che come realta' concreta. Ma tutto e' straniato, sospeso, interiorizzato, reinventato integralmente pur nel mantenimento di alcuni punti di riferimento archetipi, facilmente riconoscibili (il cielo e il mare, ad esempio), che prendono per mano anche lo spettatore piu' “ingenuo” per portarlo lungo la “via segreta” di cui ha parlato Novalis, quella che “conduce all’interno. In noi, o in nessun altro luogo, sta l’eternita' con i suoi mondi, il passato o il futuro” .
E così quello di Modica finisce con l’essere un pensiero labirintico che rende tale anche lo spazio delle sue opere, nate dall’intreccio di esperienze diverse e non gerarchicamente ordinabili: esprit de ge'ome'trie (evidente nei rigorosi equilibri e nelle scansioni compositive quasi astratte. E del resto lo stesso Pellizza scriveva: “Certi accoppiamenti di linee rette e di curve nella geometria, ecco alcuni fatti che mi danno l’idea di forza e di dolcezza accoppiate”) ed esprit de finesse, percezione ed immaginazione, sapiente manualita' e riflessione concettuale. Non a caso Modica potrebbe ben condividere quanto notato a suo tempo da Giorgio de Chirico a proposito del fatto che la mano ed il cervello si arricchiscono reciprocamente e in modi inimitabili soprattutto attraverso il dialogo continuo innescato dalla pratica artistica “tradizionale” poiche' la stessa tecnica e' anche una fonte d’ispirazione: “La mano dell’uomo possiede una agilita' che non e' stata concessa dalla Natura agli altri esseri viventi, quindi il cervello dell’uomo concepisce un’idea che la mano traduce ed esprime creando un oggetto concreto e tangibile. L’oggetto realizzato stimola poi il cervello al pensiero e al desiderio della perfezione”.
Nel contesto degli strumenti pittorici appartenenti ad una lunghissima tradizione, l’artista siciliano porta comunque avanti a piccoli e meditati passi una continua sperimentazione tecnica e ideativa che cerca ogni volta una “Modica” innovazione dal cuore antico. In ogni caso i suoi quadri affermano e mantengono un respiro ed una necessita' “organica”, un palpitante ritmo interno, un battito che lega indissolubilmente con relazioni magari impreviste e nascoste tutte le loro “componenti visive”. E’ un battito originato da quella necessita' vitale di affermazione autonoma della propria esistenza che le vere opere possiedono, come gli esseri viventi. Così la pittura di Modica da' una risposta concreta ad un’ineludibile domanda di Georges Steiner: “Nel cuore di questa democrazia del rumore, non potremmo tentare di ritrovare il tempo e il silenzio interiore?”.
Gabriele Simongini