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Giuseppe Modica.
Tra miraggio e dormiveglia

La Galleria Elle Arte di Palermo

Atelier con specchio,olio su tela cm.40x40, 2012

INAUGURAZIONE:
8 febbraio 2013, ore 18.

DURATA DELLA MOSTRA:

8 febbraio 2013 - 2 marzo 2013

ORARI:
16.30/19.30
Chiuso domenica e festivi
* La galleria di mattina apre su appuntamento

INDIRIZZO:
La Galleria Elle Arte , via Ricasoli 45, Palermo.

INFORMAZIONI:
Tel. 091.6114182;
E-mail: ellearte@libero.it
Website: www.ellearte.it

Ingresso gratuito

info@giuseppemodica.com
beppemodica@gmail.com

Giuseppe Modica.
Tra miraggio e dormiveglia


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Calco-Frammento,olio su tavola cm 60x80, 2009 Palermo(memoria islamica) 2010 olio su tela cm.50x60 Salina, olio su tela cm.30x30,2008 Atelier-Melanconia con modella, 2011 olio su tavola cm.50x40 Atelier con nudo di profilo, acquarello int.cm.35x27,2012

Modica, la strategia dell’allucinazione
di Sergio Troisi
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Nel suo testo fondamentale pubblicato in Francia nel 1979, “ Le miroir”, il grande studioso Jurgis Baltrušaitis ha analizzato da par suo la complessa ambivalenza simbolica dello specchio: oggetto solare e luogo di manifestazione delle presenze ctonie e demoniache, superficie in cui può essere evocato tanto il passato quanto il futuro, dispositivo di volta in volta della verità e della finzione, lo specchio ha assunto, nella storia della cultura artistica occidentale, il ruolo di metafora del meccanismo stesso della pittura e dello sguardo che le conferisce senso, talvolta al punto di assorbire nelle sue immagini l’oscillante verità del reale: da Van Eyck a Vermeer, da Velàzquez a Manet, la superficie riflettente ha così moltiplicato figure, oggetti e spazi aprendo la scatola prospettica lungo direttrici amplificate e divergenti, rivelando (parzialmente) ciò che era precluso allo spettatore ma, al contempo, mettendo in azione il proprio congegno così da farlo divenire – parole di Baltrušaitis – geroglifico della verità e geroglifico della falsità. Non so con precisione quando gli specchi hanno cominciato, silenziosamente, a invadere la pittura di Giuseppe Modica: certamente nel decennio degli Ottanta, il periodo cioè della prima e per tanti versi già definitiva maturità dell’artista, quando l’arenarsi di tanta parte della stagione concettuale che aveva dominato il precedente panorama delle arti visive a sorpresa aveva lasciato la ribalta alla pratica della pittura, favorendo anche una diversa e più equa rilettura di una intera fase dell’arte italiana ed europea sino a quel momento fortemente equivocata, quella tra le due guerre, che finalmente si scrollava di dosso la diffidenza e le accuse di tradimento reazionario delle avanguardie e (in Italia) di intesa e compromessi con il regime. Quella sospensione straniata, quell’aura di enigma, quella immobilità sospetta che sono da sempre cifra inconfondibile dell’operare di Modica hanno infatti più di un riferimento in quel clima che prese nome dalla felice definizione di Bontempelli di “realismo magico” dietro il quale si muoveva, come è noto, il demone meridiano della metafisica dei due Dioscuri, de Chirico e Savinio; e non a caso, tra gli interpreti più attenti della pittura di Modica c’è stato sino alla scomparsa prematura Maurizio Fagiolo dell’Arco, il primo forse a intuire e dimostrare la assoluta grandezza di de Chirico durante gli anni Venti e Trenta.

Gli specchi, dunque: compaiono non a caso dopo le grande muraglie calcaree emergenti dalle acque – le pareti corrugate in cui, come in alcuni dipinti di Max Ernst, si condensa lo scivolare onirico del tempo – che scandiscono la prima riconoscibile iconografia di Modica, come se quei blocchi squadrati a sorvegliare da ere immemorabili l’orizzonte marino fossero l’approdo che, una volta raggiunto, introducesse a una geografia di sortilegi. Cosa troveremmo appena arrampicati per quelle piattaforme è presto detto: stanze aperte, pavimenti sbreccati, qualche nudo di donna pigramente disposto in posa statuaria, rocchi di colonne antiche, mobili esuli come quelli che de Chirico disponeva malinconici nel paesaggio dopo averne scoperto la malia nel provvisorio abbandono di un trasloco, qualche conchiglia, qualche frutto, alcuni oggetti canonici nelle composizioni di natura morta. I fantasmi tenaci e onnipresenti della memoria insulare insomma, a cui la luce del mezzogiorno o del primo pomeriggio ancora alta, a saturare il confine delle cose in una lieve incertezza, insinua in chi vi è immerso l’equivoco del miraggio o del dormiveglia. Una regia attenta dispone gli specchi su questo palcoscenico (perché di teatro, non c’è dubbio, si tratta), talvolta dissimulandone parzialmente la presenza facendone coincidere la cornice con quella della tela – soltanto le macchie dei vetri antichi ne rivelano in questo caso l’artificio –, altre volte mettendo in opera una mise en abîme vertiginosa di dislocazioni in seguito alla quale quello che è davanti e quello che è dietro il nostro sguardo si scambiano e si confondono senza tregua, al punto che vorremmo girarci di scatto per cogliere sul fatto la realtà visibile di stanze e paesaggi nel mentre che muta le quinte e cambia ambienti e orizzonti irretendo in un gioco di finzioni il grande arazzo luminoso srotolato sontuoso dinanzi ai nostri occhi. Certo, una memoria seduttiva pulsa pulviscolare in questi dipinti, insieme mitica e familiare, eppure, a dispetto di ogni tentazione di lettura depurata da attriti, quello che qui si agita e si ricombina è un racconto di archetipi che ha, al suo centro, il tema del labirinto. Il nucleo oscuro e minaccioso, dunque, della grande mitografia mediterranea.

Labirintico è, infatti, lo spazio figurativo di Modica, e come tale induce all’errare e allo smarrimento: e se il disegno a zigzag del pavimento o l’allungarsi divergente delle ombre sono, ancora, un tributo a de Chirico – il parquet dei “Bagni misteriosi”, l’ora inquieta delle “Piazze d’Italia” –, più di frequente la pittura accampa sulla tela, con simile valore di enigma, i profili noti della stregata sciarada isolana, i coni bianchi simili a tumuli funerari delle saline del trapanese, i volumi nitidi delle architettura normanne, la linea dei monti e delle valli, l’accamparsi sulle alture dei colonnati dei templi greci. Tutto più vero del vero, quindi tutto finto – nell’etimo del verbo latino che stringe nello stesso termine l’ambiguità di rappresentazione finzione –, come si addice del resto a una pittura che costantemente assume se stessa come oggetto. Nella strategia allucinatoria di Modica, l’atto stesso del dipingere non è infatti che la paziente messa in opera di un incantesimo in cui la sapienza tecnica è strumento e garante del procedimento tutto mentale della visione; così che alla fine, distogliendo lo sguardo dal quadro come lo si distoglie da una luce troppo intensa, quella immagine prolunga il suo riverbero nelle stazioni vegliate dagli idoli sfuggenti del nostro circolare tempo memoriale.
COMUNICATO STAMPA
LA GALLERIA ELLE ARTE DI VIA RICASOLI, 45 COMUNICA CHE
VENERDI’ 8 FEBBRAIO 2013 ALLE ORE 18
SARÀ INAUGURATA LA PERSONALE DIGIUSEPPE MODICA
“Tra miraggio e dormiveglia”
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Giuseppe Modica , ad otto anni dalla mostra pubblica del 2005 realizzata presso il Loggiato di San Bartolomeo, torna ad esporre a Palermo, alla Galleria Elle Arte, con la personale dal titolo “Tra miraggio e dormiveglia” a cura di Laura Romano. Il catalogo Elledizioni è introdotto da un testo di Sergio Troisi e contiene una breve nota dell’autore. La mostra presenta una rigorosa selezione di ventotto opere, fra oli ed acquarelli intelati, realizzati negli ultimi sette anni dall’autore che vive ed opera a Roma.

Il filo conduttore della personale è lo sguardo incantato dell’artista che, animato da una sotterranea tensione magnetica, spazia dall’interno verso l’esterno, per poi trasportare il riguardante in una dimensione di enigmatica sospensione. Rifrazioni di frammenti e di scorci architettonici romani, insulari memorie islamiche e luminose saline fanno da contrappunto ad interni-esterni di atelier.

Ed è proprio l’atelier il luogo di riflessione nel quale confluiscono le tracce della realtà, le impressioni della memoria, che Modica reinventa e ripropone nei suoi dipinti in una sorta di magica e straniante cristallizzazione.

Scrive in catalogo Sergio Troisi: […] Certo, una memoria seduttiva pulsa pulviscolare in questi dipinti, insieme mitica e familiare, eppure, a dispetto di ogni tentazione di lettura depurata da attriti, quello che qui si agita e si combina è un racconto di archetipi che ha, al suo centro, il tema del labirinto. Il nucleo oscuro e minaccioso, dunque, della grande mitografia mediterranea.[…]Nella strategia allucinatoria di Modica, l’atto stesso del dipingere non è infatti che la paziente messa in opera di un incantesimo in cui la sapienza tecnica è strumento e garante del procedimento tutto mentale della visione; così che alla fine, distogliendo lo sguardo dal quadro come lo si distoglie da una luce troppo intensa, quella immagine prolunga il suo riverbero nelle stazioni vegliate dagli idoli sfuggenti del nostro circolare tempo memoriale. […]

Sarà presente l’autore.

Laura Romano